Il conflitto fa parte della vita delle aziende. Nasce tra persone, reparti, ruoli e priorità differenti. Può rallentare il lavoro, compromettere le relazioni e irrigidire le posizioni, oppure diventare uno spazio utile per affrontare i problemi e arrivare a soluzioni migliori.
Durante il Workgroup AdHoc dell’8 luglio, Sebastiano Zanolli ha accompagnato gli imprenditori in una riflessione concreta su un tema spesso vissuto con disagio: la capacità di confrontarsi, anche con decisione, senza perdere di vista il risultato comune.
Una serata dal titolo “Guerra o pace? Trasformare il conflitto in collaborazione”, nata con un obiettivo preciso: comprendere come creare organizzazioni capaci di “litigare bene”.
In azienda non si va per avere ragione
Siamo cresciuti imparando che litigare è sbagliato. A scuola, inoltre, siamo stati abituati a distinguere tra risposte giuste e risposte sbagliate, tra chi ha ragione e chi ha torto.
Questa impostazione, portata all’interno dell’azienda, rischia però di diventare un limite. Come ha ricordato Zanolli, in azienda non si va per avere ragione: si va per risolvere problemi.
I problemi complessi richiedono punti di vista diversi. Serve qualcuno disposto a mettere in discussione una decisione, evidenziare un rischio, portare dati differenti o proporre un’altra strada. Evitare il confronto per mantenere un’apparente armonia può significare lasciare irrisolte questioni importanti.
La qualità di un’organizzazione si riconosce anche dalla sua capacità di accogliere il dissenso e trasformarlo in un contributo utile.
Restare sul problema
La distinzione centrale proposta durante la serata è stata quella tra conflitto funzionale e conflitto disfunzionale.
Il conflitto è funzionale quando rimane concentrato sul problema: numeri, date, processi, costi, responsabilità, qualità del lavoro e risultati. Diventa disfunzionale quando si sposta sulle persone e lascia spazio a giudizi, generalizzazioni, attacchi personali e vecchi rancori.
Esiste una grande differenza tra discutere con fermezza di una scelta e mettere in discussione il valore di chi l’ha proposta.
Imparare a riconoscere questo passaggio è fondamentale. Quando la conversazione abbandona i fatti e comincia a ruotare intorno al “tu fai sempre così”, il problema originario passa in secondo piano e la relazione diventa il vero terreno dello scontro.
“Litigare bene” richiede quindi disciplina: separare la persona dalla questione, riportare il confronto sui dati e ricordare quale risultato si sta cercando di ottenere.
Prima dei ruoli, la relazione
A offrire un’ulteriore chiave di lettura di quanto emerso durante la serata è un concetto che Sebastiano Zanolli sta sviluppando in questi mesi: la Noitudine©.
La Noitudine è la condizione relazionale originaria dell’essere umano, quella da cui nascono identità, apprendimento, decisioni e risultati. Prima di essere imprenditori, manager, venditori, collaboratori o soci, siamo persone in relazione. Ed è dalla qualità di questa relazione che dipende molto di ciò che viene dopo, comprese le decisioni che prendiamo insieme e i risultati che riusciamo a ottenere.
La Noitudine aiuta a comprendere la differenza tra un’azienda che sa litigare bene e una in cui il conflitto diventa distruttivo. Dove esistono fiducia, ascolto e reciprocità, il confronto può restare concentrato sul problema. Quando queste condizioni vengono meno, la tensione scivola invece sulle persone, generando fratture dalle quali è molto più difficile tornare indietro.
Non si tratta di qualcosa che nasce soltanto durante un’attività di team building o attraverso una dichiarazione di valori. La Noitudine si coltiva ogni giorno, soprattutto nel modo in cui le persone si parlano e si trattano quando nessuno le sta osservando o valutando.
È lo strato profondo sul quale possono poggiare il clima aziendale, il coinvolgimento e la capacità di collaborare. Uno strato che può rendere questi elementi possibili oppure, quando manca, ostacolarli anche in presenza degli strumenti organizzativi più evoluti.
La collaborazione ha bisogno di un obiettivo comune
Un’organizzazione può avere reparti molto efficienti e, allo stesso tempo, faticare a funzionare come sistema.
Produzione, commerciale, logistica e amministrazione possono perseguire correttamente i propri obiettivi, ma entrare in conflitto quando manca una direzione condivisa. Ciascuno protegge il proprio risultato, mentre quello complessivo dell’azienda rischia di perdersi.
Zanolli ha descritto la collaborazione attraverso l’immagine di un GPS acceso verso una destinazione comune: le condizioni cambiano, il percorso viene ricalcolato, le persone si adattano, ma l’obiettivo rimane visibile a tutti.
È questo riferimento comune che permette di spostare il confronto dalle singole posizioni agli interessi condivisi.
Finché ognuno difende soltanto il proprio punto di vista, la discussione diventa una gara in cui la vittoria di uno coincide con la sconfitta dell’altro. Quando si torna a parlare del risultato aziendale, del cliente e delle responsabilità assunte insieme, si aprono possibilità nuove.
Chiarezza organizzativa e cultura aziendale
Gli strumenti comunicativi sono importanti, ma arrivano alla fine di un lavoro più ampio.
Prima ancora di chiedersi come gestire un conflitto, un’azienda dovrebbe domandarsi se ha creato le condizioni per renderlo costruttivo.
Le persone devono sapere cosa sono chiamate a fare, attraverso quali processi, chi ha la responsabilità di decidere e verso quale obiettivo stanno lavorando.
Ambiguità nei ruoli, responsabilità sovrapposte e processi poco chiari alimentano conflitti inutili. Allo stesso modo, la selezione di persone poco allineate alla cultura e ai valori dell’organizzazione rende più difficile costruire collaborazione.
Accanto alla chiarezza organizzativa rimane poi una domanda essenziale: chi ricorda alle persone perché sono lì e perché hanno scelto di lavorare insieme?
Più è vivo il senso di appartenenza a un progetto comune, più è semplice mantenere il conflitto sul piano professionale. Quando questo legame si indebolisce, anche una divergenza operativa può trasformarsi rapidamente in uno scontro personale.
Una competenza da allenare
Nel corso della serata sono emersi anche alcuni strumenti pratici: evitare giudizi e generalizzazioni, ascoltare, assumersi la responsabilità di ciò che si prova e descrivere l’effetto concreto di un comportamento.
Sono accorgimenti apparentemente semplici, ma difficili da applicare quando la tensione aumenta. Per questo la gestione del conflitto non può essere affidata soltanto al buon senso o alla capacità individuale: richiede allenamento, consapevolezza e una cultura aziendale che renda il confronto possibile.
In un tempo segnato dalla riduzione della fiducia, dalla polarizzazione e dalla presenza in azienda di generazioni con sensibilità molto diverse, questa competenza assume un valore ancora maggiore.
Il conflitto non scomparirà dalle organizzazioni. La vera responsabilità di chi le guida è decidere quale forma potrà assumere: una forza che divide oppure un’occasione per comprendere meglio i problemi, prendere decisioni più solide e rafforzare la collaborazione.
Grazie a Sebastiano Zanolli per aver condiviso con la community AdHoc esperienza, strumenti e domande capaci di continuare a lavorare anche dopo la conclusione della serata. E grazie a tutti gli imprenditori presenti per aver contribuito, attraverso osservazioni ed esperienze, a un confronto autentico e partecipato.
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Alla fine, l’organizzazione che fa restare le persone non è quella che promette di più..
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